Personalmente non amo le etichette. Le definizioni sono qualcosa di estremamente evanescente che, per essere veramente funzionale, dovrebbe essere soggetto a continue revisioni. Poi arrivano sempre in ritardo: servono per descrivere ed analizzare fenomeni complessi che mutano nel tempo, ma finiscono per forza di cose per minimizzarli e semplificare, e la sintesi - si sa - implica la rinuncia a qualche cosa a scapito dell'evidenza chiarificatrice. Come ben sa chi mi legge, io non amo la sintesi.
Ma c'è davvero bisogno di un'etichetta perché il mondo capisca chi siamo? Avete bisogno di una scatola di metallo per distinguere la passata di pomodoro dalla confettura di mirtilli rossi? Un extracomunitario ha davvero bisogno del permesso di soggiorno per entrare in Europa? Non è che tutti questi limiti stanno diventando un ostacolo in sé? Se per esempio i migranti fossero liberi di spostarsi nel mondo, non sarebbero essi stessi in grado di capire quale è il posto migliore in cui fermarsi?
Attenzione: non sto proponendo una rivoluzione anarchica degli apolidi di tutto il mondo, intendo dire che chi ci perde in questo meccanismo sono gli individui, le etnie, le arti, i mestieri, la biodiversità in generale. Ma questo è chiaro. Quello che non è chiaro è come mai non si intraprenda un percorso per il recupero del senso critico, unico mezzo per distinguere le sfumature e salvaguardarle.
Niente è più importante di quei dettagli abbandonati a se stessi e all'oblio collettivo. Il recupero di quelle differenze, di quelle ricchezze e singolarità è il traît d'union che manca, per esempio, ai tanti movimenti di liberazione italiani, ai tanti soggetti impegnati nell'attivismo civico, nella difesa dell'ambiente e dei beni comuni. Quello che oggi ci piace chiamare "fare rete".
Niente è più importante di quei dettagli abbandonati a se stessi e all'oblio collettivo. Il recupero di quelle differenze, di quelle ricchezze e singolarità è il traît d'union che manca, per esempio, ai tanti movimenti di liberazione italiani, ai tanti soggetti impegnati nell'attivismo civico, nella difesa dell'ambiente e dei beni comuni. Quello che oggi ci piace chiamare "fare rete".
Quelle specificità che non rientrano nei budget degli interventi istituzionali sono i tanti single che si sentono troppo soli nei paesi che prevedono misure di supporto persino per le coppie di fatto, sono gli artisti senza previdenza sociale, sono i giovani che nel futuro vedono come unica possibilità il lavoro nero e si sentono quindi vittime sia della delinquenza privata che dell'incuria dello Stato. Sono i pensionati che pagano con la minima il fatto di aver permesso alla loro generazione di rubare.
Ma che ce ne facciamo di tutto questo "incasellare", lo sfruttiamo solo per finalità statistiche nella speranza che siano predisposte infrastrutture e percorsi mirati al welfare pubblico? Quelle stesse statistiche finiscono per essere solo uno degli strumenti più abusati dal potere costituito, in quanto contribuiscono a creare immagini di una realtà che non abbiamo più bisogno di esperire. Che non siamo più in grado di decifrare.
Ogni regola ha la sua eccezione, e infatti una definizione particolare, in un certo senso premonitrice, è stata coniata nel 1980 dal futurologo Alvin Toffler, nel libro The Third Wave, con il termine "prosumer", predicendo che i ruoli di produttore e consumatore avrebbero cominciato a fondersi e confondersi (ne parla già nel libro Future Shock dal 1970).
"Toffler immaginò un mercato fortemente saturo dal momento in cui la produzione di massa di merci standardizzate cominciava a soddisfare domande basiche dei consumatori. Per continuare l'incremento dei profitti, le aziende avrebbero avviato un processo di massificazione produttiva, cioè la produzione massiva di prodotti altamente personalizzati"(cit. Wikipedia).
Ed eccoci oggi, catapultati nel mondo del consumo critico. Li chiamiamo per praticità prosumers, ma sono un arcobaleno di esperienze e stili di vita che possiamo senza troppe preoccupazioni definire no global (questa è di sicuro una delle espressioni più brutte mai coniate). Sono consumatori attenti, gruppi di acquisto, agricoltori che vendono i loro prodotti col sistema della raccolta diretta, sono in qualche modo le cooperative e il commercio equo.
Ed eccoci oggi, catapultati nel mondo del consumo critico. Li chiamiamo per praticità prosumers, ma sono un arcobaleno di esperienze e stili di vita che possiamo senza troppe preoccupazioni definire no global (questa è di sicuro una delle espressioni più brutte mai coniate). Sono consumatori attenti, gruppi di acquisto, agricoltori che vendono i loro prodotti col sistema della raccolta diretta, sono in qualche modo le cooperative e il commercio equo.
Quello dei prosumers è solo un esempio di come una definizione si possa porre come suggerimento per risolvere una crisi, evidenziandone le criticità del sistema senza per questo farci perdere il valore aggiunto di un insieme così ampio.
E per immaginare un'alternativa basta pensare a tanti altri concetti più o meno futuristi, che aprono nuove strade, come l'e-learning, il baratto, il cloudworking o alle banche del tempo, di cui questo blog tratterà presto.






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